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lunedì 7 maggio 2012

Putin alla (ri)conquista dell’Est

da temi.repubblica.it/limes

di Mauro De Bonis
RUBRICA LE RUSSIE DI PUTIN (E MEDVEDEV). Il Cremlino vuole accorpare le regioni siberiane e orientali in un super-Stato per sviluppare l'Eldorado energetico e proiettarsi verso i mercati del Pacifico, Cina in primis. Le critiche all'impresa e lo scetticismo della popolazione locale.

Putin progetta la Ue dell'Est | La Russia non molla la presa sull'Artico


(Carta di Laura Canali tratta da Limes 2/2012 "A che serve la democrazia?" - clicca sulla carta per ingrandirla)
Il terzo mandato da presidente di Vladimir Vladimirovic Putin sarà segnato da quello che lui stesso ha definito come “la priorità geopolitica più importante per la Russia”: lo sviluppo della Siberia orientale e dell'Estremo oriente russi.


Un compito difficile ma necessario se il leader del Cremlino vorrà portare a termine il progetto già ampiamente illustrato di costruzione dell'Unione Eurasiatica. Si tratta di quello spazio economico comune che dovrà fungere da ponte tra l'Europa e la regione dell'Asia-Pacifico, con Mosca a fare da imprescindibile pilastro.


Senza la crescita sostanziale delle regioni più orientali della Federazione, l'obiettivo che Putin si è prefisso di raggiungere entro il 2015 non sarà centrato. La Siberia orientale e l'Estremo oriente da soli occupano circa i due terzi dell'intero territorio russo e conservano nel loro sottosuolo, insieme alla parte occidentale della Siberia, circa il 70% delle risorse minerarie del paese: l’85% di riserve di gas, il 60% di petrolio, il 75% di carbone, il 70% di alluminio eccetera.


L’intera Siberia è un immenso Eldorado: senza la Russia europea sarebbe il secondo Stato per grandezza dietro al Canada. Un territorio non proprio ospitale, popolato da soli 26 milioni di persone, per circa la metà decisamente povere, che potrebbero ulteriormente ridursi se continuerà la tendenza che nella sola regione dell’Estremo oriente ha fatto registrare tra il 1990 e il 2011 l’esodo del 22% della popolazione.


Questi dati allarmanti, i grandi numeri delle ricchezze siberiane e la costruzione del progetto eurasiatico, con tutte le sue valenze geostrategiche, spingono da anni l’interesse del neopresidente Putin verso l’Est russo. Più precisamente verso le arretrate regioni della Siberia orientale e dell’Estremo oriente, per lo sviluppo delle quali è stato formulato un progetto di legge che può cambiare la geografia politica dell’intera Federazione.


La proposta appena presentata dal ministero dell’Economia prevede l’accorpamento di 16 regioni orientali in un megasoggetto statale che dovrà trainare i territori interessati verso un futuro di prosperità. Una “società” statale che darebbe conto del suo operato esclusivamente al capo del Cremlino e che sarebbe solo parzialmente soggetta alle leggi federali. Un’entità che, secondo il primo vicepremier Igor Shuvalov, potrebbe essere concepita come “filiale” della statale Vneshekonombank e i cui progetti di sviluppo richiederanno un finanziamento non inferiore a 68 miliardi di dollari entro il 2020.


Saranno interessate dal progetto le Repubbliche di Altaj, Buriazia, Jakuzia-Saha, Tuva, Khakasija; i territori di Zabajkal’, della Kamcatka, di Krasnojark, Primor’e e Khabarovsk; le regioni Amur, Irkutsk, Magadan e Sakhalin; il circondario autonomo della Cukotka e la Regione Autonoma degli Ebrei.


Il colosso siberiano, prospettato da Putin nella recente campagna per le elezioni presidenziali, prenderà il nome di Repubblica dell’Estremo oriente e godrà di forti agevolazioni fiscali e di enormi finanziamenti pubblici e stranieri. Per attirare manodopera (soprattutto ex sovietica) garantirà agli immigrati che decideranno di trasferircisi la possibilità di ricevere l’ambita cittadinanza russa in tre anni invece che in cinque.


Le aziende che investiranno nel nuovo oriente russo non saranno soggette alle leggi sulla bancarotta e quelle straniere avranno un regime facilitato per i visti, secondo quanto riportano alcuni quotidiani moscoviti. La nuova entità statale potrà distribuire licenze senza ricorrere a gare d’appalto. Nessuna agenzia federale o regionale potrà intervenire sulle decisioni degli amministratori del nuovo soggetto, il cui massimo dirigente sarà scelto direttamente da chi siede al Cremlino e godrà per i primi 10 anni del sostegno economico (circa 22 miliardi di dollari) del Fondo nazionale di benessere della Federazione.


Insomma, un nuovo gigante tutto da (ri)costruire, per poterlo sfruttare al meglio; alcuni accademici russi hanno proposto di trasferirvi anche la capitale della Federazione, in maniera da spostare definitivamente il baricentro di questa verso l’Oriente e il Pacifico. Un progetto cui il presidente Putin pensa ormai da anni, almeno da quando nel 2006 la politica estera del Cremlino ha iniziato ad interessarsi a più strette collaborazioni con Cina, India e altri paesi asiatici.


In quell’anno, a metà del suo secondo mandato, Putin parlava già della necessità di creare un sistema unificato per la produzione e il trasporto del gas e del petrolio dalla Siberia orientale e dall’Estremo oriente, sia per il consumo interno sia per rifornire gli assetati paesi dell’Asia-Pacifico. L’anno successivo, il Cremlino si impegnava a finanziare lo sviluppo delle sue due regioni orientali con oltre 20 miliardi di dollari fino al 2013 e con ben 307 miliardi entro il 2025.


Oggi, il leader russo suggerisce anche di intensificare gli sforzi per lo sviluppo delle sole linee ferroviarie e relative infrastrutture connesse che tagliano le regioni orientali del paese: la Trans-siberiana e la Bajkal-Amur. Ad appoggiarlo in questa impresa sono alcuni degli oligarchi russi più influenti, già fortemente presenti in Siberia con le loro aziende. Come Oleg Deripaska, lo Zio Paperone russo residente in Svizzera, tra i primi dieci uomini più ricchi al mondo. Costui, seguendo i suoi molteplici interessi nella regione, già nel 2010 proponeva al governo - guidato allora proprio da Putin - di sviluppare la Siberia orientale e l’Estremo oriente attraverso un regime di minor tassazione per le imprese presenti e per quelle decise ad investire, e costruendo le necessarie infrastrutture mancanti.


A settembre dell’anno successivo, il magnate russo presentava al 7° Forum economico internazionale di Bajkal un suo preciso piano di sviluppo: se realizzato, questo piano porterà notevoli vantaggi alle sue compagnie, come la En+Group, decisa ad investire 25 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni proprio nell’est della Federazione. Secondo Deripaska, il Cremlino dovrebbe invertire il senso di marcia della sua politica estera ed economica e indirizzarlo verso Oriente. Soprattutto verso la Cina che, stando all'amministratore delegato della stessa En+Group, è il punto di riferimento dell’economia mondiale: se i russi non riuscissero a soddisfarne il grande bisogno d'energia, lo farebbe qualcun altro.

È questa una delle spinte per sviluppare l’oriente: il futuro, per Deripaska, non è l’Europa ma l’Est e la Siberia. Pechino in primis, visto che preme sugli oltre 4 mila chilometri di confine che la separano dalla Federazione russa. Con la Cina, come dichiarato ancora dal primo vicepremier Shuvalov, Mosca intende creare un fondo comune di investimento per circa 4 miliardi di dollari, da utilizzare anche per realizzare progetti di sviluppo della nuova entità statale.

Al progetto non sono state risparmiate critiche. Come quelle dell’ex ministro Kudrin, secondo il quale è difficile realizzarlo e, se Putin dovesse riuscirci, arrecherebbe soltanto danni allo sviluppo dell’immensa regione. Altre voci contrarie si sono levate da esperti, dall’opinione pubblica e dalla blogosfera russa.

In molti hanno parlato di nuovo colonialismo e di sfruttamento di stampo feudale di una porzione del territorio russo da sempre concepita come terra di conquista. Sentimento questo ben presente tra i siberiani. La politica accentratrice di Mosca - che molto ha preso dalla regione e poco, anzi pochissimo, ha dato - ha lasciato nell’animo e nelle tasche dei residenti un senso di abbandono e di sfruttamento. Una frustrazione che sta concimando idee di separatismo e indipendenza dal centro. Un fenomeno pericoloso per il potere moscovita.


Il separatismo siberiano non è stato mai preso in seria considerazione dal Cremlino. Eppure dovrà farlo: bisognerà aspettare il prossimo anno per definire i contorni della protesta messa in atto dai siberiani contro il centro. Più precisamente, bisognerà leggere i dati definitivi del censimento 2010 perché potranno riservare delle sorprese. I residenti della regione, infatti, avrebbero definito in massa se stessi sull’apposito modulo non come “russi” ma come “siberiani”, anzi sibiryak.


Riuscirà il megaprogetto targato Putin per la rinascita della Siberia orientale e dell’Estremo oriente russo a riconquistare anche la fiducia dei pochi residenti? O più facilmente si assisterà ad una versione di corsa all’oro in salsa russa? Per saperlo occorrerà aspettare che la proposta diventi legge e che si trovino veramente tutti i soldi necessari alla sua realizzazione.

Putin alla battaglia della demografia | La Russia sovrana
(7/05/2012)
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